
Il Casentino è una valle che si trova a Nord della provincia di Arezzo, in Toscana, da sempre idonea alla produzione dei panni. Questo perché la materia prima, cioè la lana, si trovava in grande quantità e a un ottimo prezzo, cosa dovuto alla presenza di molti greggi da allevamento. I lanaioli del Casentino usavano una fibra abbastanza ordinaria e ispida, che col passare degli anni è stata migliorata da svariati incroci tra razze di pecore indigene e razze merinos.
Gli artigiani lanieri del Casentino erano attivi già in epoca precedente al 1300, come testimonia la presenza di stabilimenti per il processo di lavorazione dei panni di lana datate in quel periodo storico.
I panni di lana usati per produrre gli indumenti per gli abitanti della valle erano pesanti, resistenti, impermeabili ad acqua e neve, caratteristiche utili per affrontare i freddi e lunghi inverni.
La presenza di torrenti e corsi d’acqua sul territorio erano fondamentali per il lavaggio e la tintura della lana, e anche per far il funzionamento dei macchinari di lavorazione dei panni.
Stessa importanza aveva la legna, reperibile nei boschi della valle, necessaria per produrre acqua calda per ottenere le tinture naturali.
Per molto tempo, gli artigiani della lana del Casentino dovettero sottostare alle regole scritte dai lanaioli fiorentini. Infatti, nel 1500 i panni del Casentino erano soggetti a marchiatura che indicasse la provenienza, onde evitare di essere confusi e distribuiti come panni fiorentini.
Il panno Casentino spesso viene detto “lana cotta” perché tramite la follatura, il filato di lana, viene ristretta del 30%, e così infeltrito.
I lanaioli del Casentino, col tempo riuscirono a produrre un panno dall’originale colore arancione, ormai divenuto caratteristico.
Tramite l’uso dell’Allume di rocca, utile per rendere impermeabili i panni, gli artigiani della lana ottennero la tintura arancione con un processo chimico errato nell’utilizzo di mordenti e con l’alluminio.
Nacque così il colore che per tradizione viene affiancato al verde. Non si conosce, al contrario, la datazione del ricciolo che appare sul panno. Il macchinario che occorre per creare questa particolare finitura pare essere di origine francese, e si chiama ratinatrice.
Il panno Casentino è un materiale considerato “povero” ma al tempo stesso raffinato e talvolta addirittura snob.
Primo, perché sono ancora in tanti a non conoscerlo; secondo, perché paragonato ad altri materiali e tessuti iper-tecnici di nuova generazione è di una autenticità senza eguali.
In qualche modo, il panno Casentino è un’icona del Made in Italy, una stoffa di pura lana unica ed esportata in tutto il mondo.
È un’esperienza unica visitare gli ambienti che un tempo accoglievano migliaia di operai, con i vecchi telai, i filatoi e gli altri macchinari antichi: lo scardasso, la cantra, l’orditoio, la lupa cardatrice, tutti esposti a Stia, presso il Museo dell’Arte della lana, insieme ai libri mastri e alle foto d’epoca.
Oggi, questo tessuto della grande tradizione italiana mantiene il suo fascino e viene sempre lavorato nelle botteghe di sartoria artigianale o da stilisti come Roberto Capucci che dal 2008 produce un cappotto in panno Casentino, plissettato, per sostenere il progetto Tessile & Sostenibilità, diventato Filiera del Tessile Sostenibile.
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